C’è un paradosso al centro di I ponti di Madison County (1992): racconta un tradimento, eppure è uno dei romanzi più poetici mai scritti sull’amore. Robert James Waller riesce a trasformare ciò che normalmente sarebbe giudicato e condannato, in un’esperienza di una bellezza assoluta. La storia tra Francesca Johnson e Robert Kincaid non è un capriccio, non è una fuga: è un incontro che scardina le vite di entrambi, un lampo che illumina tutto ciò che era rimasto in ombra.
La poesia nasce proprio da questa tensione: Francesca non è un’eroina romantica, è una donna che vive la responsabilità, la cura, la famiglia. Robert non è il seduttore di passaggio, ma un uomo che porta sulle spalle la solitudine di chi ha scelto la libertà a costo di tutto il resto. Nei quattro giorni in cui si trovano, il mondo sembra fermarsi. Ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio è carico di un’intensità che riesce a rendere la storia pulita.
Il preteso narrativo nasce da alcuni diari di Francesca ritrovati dai figli dopo la sua morte e fatti leggere all’autore certi che quella storia meritasse di essere raccontata
E poi c’è la parte finale, quella che dà al romanzo una dimensione quasi documentaria. Waller racconta di aver approfondito la storia di Kincaid, andando a Seattle e parlando con Nighthawk Cummings, un musicista a cui Robert aveva raccontato la sua storia d'amore con Francesca e che poi compose un brano jazz intitolato "Francesca" in suo onore.
È un artificio narrativo, certo, ma funziona magnificamente: trasforma Robert, così come Francesca in un personaggio che sembra davvero esistito, un uomo che ha lasciato impronte sparse nel mondo e che solo lei ha saputo leggere fino in fondo. Questa scelta dell’autore amplifica la malinconia del romanzo, perché suggerisce che quell’amore, pur vissuto in segreto, ha avuto un peso reale, concreto.