Suicidi nelle forze dell’ordine: il coraggio che ancora manca

Pubblicato il 23 marzo 2026 alle ore 09:28

Suicidi nelle forze dell’ordine: il coraggio che ancora manca

 

Di fronte all’ennesimo suicidio tra le forze dell’ordine – il quinto dall’inizio dell’anno solo nell’Arma dei Carabinieri – è difficile continuare a parlare di fatalità, fragilità individuali o coincidenze. È un fenomeno che si ripete con una frequenza inquietante, eppure l’approccio di alcune amministrazioni rimane timido, quasi imbarazzato. Lo dico con dispiacere e con cognizione di causa, da ex Maresciallo dei Carabinieri che ha servito per oltre trent’anni.

Negli ultimi giorni il Comandante Generale dell’Arma, Generale Salvatore Luongo, è intervenuto sul tema con parole che molti hanno apprezzato, me compreso. Ha invitato a essere “più attenti, più presenti, più capaci di riconoscere i segnali che spesso rimangono celati nel silenzio”. Ha ricordato che “qualsiasi ostacolo, anche il più gravoso, può trovare una via d’uscita se condiviso con chi sa ascoltare e comprenderti”. E ha ribadito un concetto fondamentale: “chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma di consapevolezza”.

Sono affermazioni importanti, che segnano un cambio di tono rispetto al passato. Ma manca qualcosa. Manca ciò che, in un discorso sulla consapevolezza, dovrebbe essere il primo passo: l’autocritica.

Quando si afferma che dietro un gesto estremo ci sono fragilità personali, tensioni familiari o malattie, ma non si accenna minimamente alle dinamiche lavorative tossiche che possono amplificare o innescare quel disagio, si sta raccontando solo una parte della verità. E si evita di affrontare il problema in modo sistemico.

È vero: da anni esistono i nuclei di psicologia. Ma quanti colleghi si sentono davvero liberi di rivolgersi a uno psicologo che indossa la loro stessa divisa e, spesso, un grado ingombrante? Quanti possono farlo senza temere ripercussioni, giudizi, o – peggio – che quella richiesta di aiuto finisca per diventare un elemento di vulnerabilità professionale? Chi ha vissuto certe dinamiche sa bene che, troppo spesso, le infermerie e i loro nuclei psicologici sono stati percepiti come un prolungamento dell’azione punitiva di alcuni superiori. E un carabiniere, in quel contesto, non può “andarci a cuor leggero”. Lo dico perché l’ho visto, e perché l’ho vissuto.

È proprio da questa consapevolezza che è nato il progetto Nucleo d’Ascolto: un gruppo di persone che ha scelto di spogliarsi della divisa e dei gradi, pur portando con sé l’esperienza maturata in uniforme. Un ascolto tra pari, libero da gerarchie, capace di comprendere davvero ciò che un collega sta vivendo. Una risposta concreta a un bisogno reale: la fiducia.

Ma la timidezza istituzionale si vede anche altrove. Il 19 marzo, al convegno “Gli eroi feriti – Trauma, vittimizzazione e tendenze suicidarie nei corpi militari e civili”, la partecipazione è stata ampia da parte della Polizia Locale, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera. E i Carabinieri? Due. Due soltanto, appartenenti a una sigla sindacale. Eppure l’invito era stato inviato a tutti i Comandi della zona e a tutte le sigle sindacali.

Non basta mettere un nastro nero sulle pagine social. Non basta pubblicare messaggi di cordoglio sempre uguali. Serve partecipazione, serve presenza, serve il coraggio di guardare il problema negli occhi.

Un esempio virtuoso esiste già: quello degli Operatori Ponte della Polizia Locale di Milano. Un progetto nato nel 2014, dodici anni fa, che ha formato agenti e ufficiali a riconoscere i segnali dello stress operativo in sé e nei colleghi. Una rete interna di ascolto e prevenzione che ha dimostrato di funzionare, e che avrebbe meritato di essere replicata in altre amministrazioni. E invece no. Nessuno ha pensato che un modello simile potesse fare bene anche al proprio personale.

Oggi piangiamo il quinto suicidio tra i Carabinieri dall’inizio dell’anno. E continuiamo a dirci che bisogna essere più attenti, più presenti, più capaci di ascoltare. Ma senza il coraggio di cambiare davvero, queste parole rischiano di restare sospese nel vuoto.

Il tempo della timidezza è finito. Serve una presa di posizione chiara, strutturale, culturale. Serve riconoscere che il disagio non nasce solo nelle case, ma anche nei corridoi delle caserme. Serve costruire spazi sicuri, liberi dal giudizio e dalla gerarchia. Serve, soprattutto, la volontà di farlo.

Perché ogni volta che perdiamo un collega, non perdiamo solo un carabiniere. Perdiamo un uomo, una donna, una storia, una vita che poteva essere salvata.