Forze di Polizia e atto dovuto - si o no?

Pubblicato il 26 febbraio 2026 alle ore 11:18

Forze di Polizia e atto dovuto - si o no?

 

Il caso del poliziotto di Rogoredo, in un Paese normale, sarebbe già diventato una lezione per molti: cittadini, politici e persino appartenenti alle forze dell’ordine che continuano a demonizzare il cosiddetto atto dovuto. Eppure proprio quell’atto dovuto ha permesso di fare luce su un episodio che, se fosse stato gestito con la superficialità invocata da una certa politica, oggi ci vedrebbe appuntare una medaglia invece che stringere un paio di manette.

Per chi non è del settore, l’atto dovuto è l’iscrizione automatica nel registro degli indagati quando la Procura riceve una notizia di reato, come nei decessi durante interventi di polizia. Non è un’accusa, non è un sospetto di colpevolezza: è un passaggio tecnico previsto dalla legge per garantire trasparenza e tutelare l’operatore, consentendogli di nominare un difensore e partecipare agli accertamenti tecnici, come le autopsie.

Pensare di eliminarlo o di sostituirlo con uno “scudo penale” significherebbe cedere a un proselitismo facile e pericoloso, oltre a violare il principio sancito dall’articolo 3 della Costituzione: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Creare categorie “speciali” non rafforzerebbe le forze dell’ordine, ma ne minerebbe la credibilità.

Chiarito questo, resta un punto fondamentale: un Carabiniere o un Poliziotto, quando agisce nell’esercizio delle sue funzioni, non può essere trattato come un privato cittadino. L’operatore agisce in forza di uno status che comporta responsabilità, obblighi e scelte difficili, con l’omissione d’atti d’ufficio sempre dietro l’angolo. Per questo la tutela legale ed economica dovrebbe essere garantita dall’Amministrazione, almeno fino all’accertamento di eventuali responsabilità personali.

Un episodio del 2005 aiuta a comprendere la questione. Durante il mio servizio alla Radiomobile di Vimercate elevai una contravvenzione a un autista ATM. Per non compromettergli la patente, indispensabile per lavorare, scelsi un articolo che non prevedeva il ritiro. Nonostante ciò, l’autista fece ricorso. Lo perse. Ma il ricorso non lo presentò lui: lo presentò lo studio legale dell’ATM. Perché? Perché non stava guidando la sua auto privata, ma il mezzo dell’azienda. E l’azienda lo difese.

È esattamente ciò che manca oggi agli operatori delle forze dell’ordine: una tutela organica e strutturata da parte dell’Amministrazione. Se poi emergono dolo o colpa grave, è giusto che l’Amministrazione si rivalga sull’operatore. Ma non prima.

In questa direzione va la proposta di legge di iniziativa popolare avanzata da una sigla sindacale, che mira a introdurre modifiche al Codice di Procedura Penale e al Codice Penale, sospendendo le conseguenze amministrative fino alla conclusione del procedimento e prevedendo la partecipazione dell’Amministrazione agli accertamenti tecnici non ripetibili. Un passaggio che garantirebbe un contraddittorio reale e non solo formale.

La proposta introduce anche un meccanismo di tutela economica: salvo dolo o colpa grave, l’Amministrazione si farebbe carico dell’eventuale risarcimento alla parte civile. Una misura che eviterebbe a molti operatori di ritrovarsi schiacciati da oneri economici sproporzionati rispetto al proprio stipendio e al proprio ruolo, permettendo loro di affrontare il procedimento con la necessaria serenità.

Le idee sul tavolo sono molte e meritano un confronto serio. Per questo sorprende che alcune sigle sindacali invitino i propri iscritti a non firmare la proposta, alimentando divisioni che non giovano a nessuno. Su un tema che riguarda la dignità professionale, la sicurezza giuridica e la serenità operativa di chi ogni giorno indossa una divisa, servirebbe esattamente il contrario: unità