Volevo solo fare il carabiniere: il peso, i miti e la crepa di trent'anni in uniforme

Pubblicato il 1 ottobre 2026 alle ore 08:43

 

Quando avevo vent'anni, i miei punti di riferimento erano fatti di immagini precise, di figure mitiche, di quell'idea quasi epica del dovere in cui il Carabiniere era l'ultimo baluardo contro il male. Avevo in testa una frase sola, un pensiero fisso e pulito: Volevo solo fare il carabiniere. Indossare quella divisa sembrava una seconda pelle.

Poi arriva la strada. Ti sbatte in faccia la micro-criminalità, i drammi umani gestiti in solitudine alle tre di notte, la burocrazia cieca che ti lega le mani.

I miei miti, nonostante il passare degli anni, sono rimasti tali, intatti nel loro valore; il fatto è che non ho avuto la fortuna di ritrovarne riscontro lungo la mia carriera e forse è anche questo che ha fatto male. Poi ti accorgi che l'istituzione non è il tempio protettivo che immaginavi da ragazzo, ma un ingranaggio freddo che ti usa finché servi e basta.

Ma la delusione peggiore — quella che scava dentro e non perdoni — non arriva dalla strada o dai criminali. Arriva da chi sta in alto. Arriva dall'amministrazione a cui hai donato i tuoi anni migliori, la giovinezza, la lucidità, la salute. Quando l'ingranaggio si rompe, quando chiedi ascolto o semplicemente un briciolo di tutela dopo aver sputato sangue per trent'anni, scopri che per l'apparato sei solo un numero sostituibile. Ti voltano le spalle, alzano muri di gomma e ti lasciano solo a combattere le tue battaglie, dimenticandosi del ragazzo che a vent'anni aveva scelto di metterci la faccia. L'affronto più feroce lo tocchi con mano quando la vita ti colpisce nel privato: al funerale di mio padre non c'era nessuno a rappresentare l'Arma, mentre io, in trent'anni, ho presenziato a funerali di sconosciuti in nome e per conto di quell'istituzione.

Come si sopravvive a questo naufragio senza diventare cinici? La salvezza non arriva dai regolamenti o dai gradi sulle spalline. La salvezza te la devi andare a cercare nelle crepe: in un sorriso di tua figlia, in un taccuino Moleskine tascabile riempito di appunti la notte, nella musica ascoltata in cuffia per disintossicarsi dal rumore della caserma, nei libri che tengono in vita il pensiero critico.

Alla fine, quando sfili la divisa per l'ultima volta, resta una consapevolezza amara ma fiera: non sei stato eroe da romanzo, ma testimone silenzioso di un Paese che hai cercato di tenere in piedi, turno dopo turno. Nonostante tutto. Anche e soprattutto nonostante chi ti ha voltato le spalle.