Un tempo le previsioni meteo avevano una collocazione precisa: le 19:55.
Poco prima del telegiornale andava in onda Che tempo fa, condotto da Edmondo Bernacca e in seguito da Guido Caroselli. Bastavano quattro o cinque minuti, esaurienti e rigorosi, in cui nessuno avvertiva il bisogno di spiattellare in faccia ai telespettatori quante lauree avesse conseguito o con quali voti si fosse laureato: informavano e basta su che tempo avrebbe fatto in Italia il giorno dopo.
Negli anni le cose sono cambiate radicalmente, scopiazzando un po’ il modello americano. Soprattutto nelle reti private, la rassicurante figura del colonnello dell’Aeronautica in uniforme ha lasciato il posto a graziose figure femminili e la collocazione oraria si è sbriciolata nel palinsesto.
Ecco quindi il proliferare delle cosiddette breaking news — altra importazione d’oltreoceano — con annesso aggiornamento meteo lampo. Puoi imbatterti in un bollettino atmosferico poco prima che Angela Fletcher sveli l’assassino, nel bel mezzo di un film con un taglio pubblicitario piazzato malissimo o durante la pausa di un talk show.
Il motivo per cui questo modello di informazione sia nato prima in America e poi sia arrivato da noi è descritto splendidamente in un documentario premio Oscar del 2002: Bowling for Columbine di Michael Moore.
Il film parte da una tragedia immane — la strage alla Columbine High School del 1999, in cui due studenti armati uccisero dodici compagni e un insegnante prima di togliersi la vita — per analizzare l’uso delle armi da fuoco negli Stati Uniti.
La prima risposta, la più semplice, è l’enorme disponibilità di armi. Lo stesso Moore se la dà all’inizio, ma la smonta subito quando dimostra che in Canada, dove la diffusione di armi è altrettanto elevata, non si registra lo stesso tasso di violenza armata.
La seconda ipotesi del regista chiama in causa il retaggio storico: la violenza della guerra d'indipendenza, quella di secessione, senza dimenticare l’epopea dei cowboy, avrebbe intriso la cultura americana di un'aggressività latente. Ma anche questa teoria crolla se guardiamo all’Europa: se fosse vera, il nostro continente — con un passato intriso di guerre e massacri, dalle campagne greco-persiane all'Impero Romano, dalle Crociate alle guerre mondiali, fino ai conflitti jugoslavi — dovrebbe avere un presente ben peggiore di quello americano.
Abbiate pazienza, d’altronde siamo maestri nell'importare modelli.
Ma allora, qual è la vera causa della violenza negli Stati Uniti?
Michael Moore ci arriva quando fa il confronto definitivo con il vicino Canada. Lì arriva ad aprire la porta di una casa e non viene accolto da un fucile spianato — come sarebbe stato prevedibile nell’America del "get off my lawn" ("fuori dal mio vialetto") — e si accorge di una cosa fondamentale: il proprietario non ha paura.
Non ha paura. Paura: ecco la parola chiave.
Il regista comincia a guardare i notiziari con un orecchio e un occhio diverso e capisce che ogni notizia, dalla più banale alla più seria, è confezionata per alimentare il terrore. Il serpente scappato dal terrario diventa la caccia al mostro. Il diverso fa paura, lo straniero fa paura, il maltempo fa paura.
Questo tema verrà ripreso da Moore in "Fahrenheit 9/11" del 2004.
Vi ricordate che ho detto di avere pazienza e di quanto siamo bravi a importare modelli? Ecco: abbiamo iniziato con il meteo e con la coniazione di termini catastrofici come "bombe d’acqua", per poi arrivare alla cronaca e contagiare anche noi stessi con la paura del diverso e dello straniero.
Ma quale straniero? Quello in giacca, cravatta e ventiquattr’ore della multinazionale che compra la fabbrica per delocalizzarla, lasciando a casa centinaia di operai? Quello che ci "invade" — questo sì, davvero — acquisendo le nostre eccellenze per trasformarle in ordinaria merce da discount?
No, quelli li accogliamo a braccia aperte e ci facciamo i selfie insieme: mica sono arrivati su un gommone.
Gli altri, quelli del gommone appunto, sono dipinti come nemici che ci rubano il lavoro. Delinquono? Certo, ci sono quelli che delinquono, e vanno puniti, ci mancherebbe, ma anche qui invito a una riflessione. In tanti abbiamo guardato film o serie di successo incentrate su personaggi negativi — penso a Gomorra o Romanzo Criminale — e vi faccio notare che hanno tutti una criminogenesi comune: la miseria unita a rabbia e voglia di riscatto nei confronti di chi li vorrebbe sempre all’angolo.
Ecco, se già cercassimo di non tenere nessuno all’angolo, non ci creeremmo nemici da temere.
E quando la paura reale non basta? ecco che arrivano in soccorso le fake news.
Oggi hanno trovato terreno fertile nei social media. Una volta c'erano le "leggende metropolitane" ed erano perlopiù inoffensive: il tizio ritrovato senza un rene in un fosso, o i ladri d’appartamento che, insoddisfatti del bottino, mettevano per dispetto il barboncino nel microonde. Storie che potevano strappare un sorriso.
Le fake news di oggi, invece, alimentano paure profonde e false convinzioni anche in campo sanitario, possono spostare voti o disinformare in prossimità di un’elezione. Ti fanno togliere il saluto al ragazzo di colore che fuori dal supermercato ti chiede solo di sistemare il carrello. E la facilità di indignazione — come quella volta in cui l’attrice Krysten Ritter venne spacciata per mesi per la sorella dell'allora Presidentessa della Camera Laura Boldrini — dimostra quanto la manipolazione digitale sia deleteria, soprattutto per chi naviga sui social senza sapere nemmeno cosa sia il fact-checking.
Tutta questa premessa per accogliere con piacere la notizia che il servizio pubblico, il 18 novembre prossimo, inizierà a diffondere in modalità random, come le previsioni del tempo oggi, nuove "pillole contro la disinformazione".
Verranno trasmesse sui canali generalisti e tematici della Rai e, nella presentazione ufficiale, si legge che «...le Pillole contro la disinformazione non si limitano a mettere in guardia, ma forniscono anche strumenti per orientarsi nella giungla dell’informazione, suggerendo come scoprire se una foto è stata ritoccata o come avvalersi delle fonti aperte, ossia tutti quei documenti, studi e rapporti reperibili online, gratuitamente e legalmente».
Direi che era ora, anche se vedo già quello che, forte dei suoi anni presso "l’università della vita", sarà pronto a smontare tutto al motto di "non cielo dicono".
“…Dicono, "Siamo in diretta" lo scoop è servito "Questa è la tana del mostro, l'abbiamo seguito" Dicono loro che sono cronisti d'assalto Classe di uomini scelti e di gente sicura Ma l'unica cosa evidente
L'unica cosa evidente è che il mostro ha paura Il mostro ha paura…”
Il Mostro - Samuele Bersani