Nel 1984, a ventidue anni, Luca Carboni pubblica il suo primo LP dopo aver già firmato alcuni capolavori per gli Stadio. Il titolo — …intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film — rivela subito una vocazione precisa: la sua scrittura guarda al cinema, non alla canzone tradizionale.
Tutti i brani portano la sua firma, tranne Fragole buone buone, con musica di Gaetano Curreri. E proprio Curreri, insieme a Fabio Liberatori, Ron, Bruno Mariani, Mauro Gherardi, Roberto Costa (già con Claudio Lolli), Jimmy Villotti e un certo “Domenico Sputo” — pseudonimo che Lucio Dalla usava persino sul campanello di casa — accompagna Carboni in questo esordio sorprendentemente maturo.
L’album racconta i dubbi di un ventenne degli anni ’80, sospeso tra incertezze e desideri. Ma ciò che colpisce davvero non è cosa Carboni racconta: è come lo fa. La sua scrittura, che ho sempre definito cinematografica, non descrive: mostra. Basta leggere un suo testo come fosse una sceneggiatura, ascoltare la canzone seguendo le immagini che si compongono da sole, come su uno storyboard.
Una qualità che ritroveremo anche in futuro, da Lungomare al capolavoro Gli autobus di notte.
In questo primo lavoro, la prova più evidente di questa capacità è Questa sera, un frammento di quotidianità che si apre come un lungo piano sequenza. In un attimo diventiamo James Stewart ne La finestra sul cortile: da una finestra vediamo un ragazzo con la camicia nuova che va a prendere la sua lei per portarla a ballare; da un’altra un uomo solo che apparecchia la tavola mentre il telegiornale scorre in sottofondo; un bambino piange; qualcuno entra in doccia; qualcuno rientra a casa; c’è chi va a letto presto perché domani andrà a caccia.
Il protagonista lascia la madre che lava i piatti e telefona alla ragazza: riuscirà a farla innamorare?
Tutto scorre con naturalezza, come se la musica fosse la macchina da presa. E tu, ascoltando, a un tratto vedi.